Carnevale
Carnevale. Adoro il Carnevale.
Adoro il nostro Carnevale, quello di Venezia. Mi affascina il modo in cui lo viviamo: il gioco sottile di diventare estranei per una notte, due sconosciuti che si incontrano, si osservano, si piacciono, si seducono e, infine, si conquistano.
Quell'anno fu speciale. Meraviglioso. Unico.
Eravamo arrivati il sabato e, grazie a un'organizzazione impeccabile, eravamo riusciti a prenotare una camera a Palazzo Contarini. Già quello sembrava un sogno che prendeva forma.
Le giornate scorrevano tra mostre, esposizioni e passeggiate senza meta. La sera, invece, indossavamo i nostri costumi veneziani e uscivamo a perderci nella città. Cenavamo in qualche ristorante nascosto, poi ci lasciavamo guidare dal labirinto di calli e ponti. Su ogni ponte ci fermavamo a baciarci, come se fosse un rito segreto, finché la stanchezza e il desiderio non ci riportavano in camera.
Era tutto perfetto. Forse persino troppo.
Per questo, quando mi propose di trascorrere l'ultima notte in modo diverso, accettai senza esitazione. Mi sembrò il finale ideale per il più bel Carnevale della nostra vita.
Avremmo cenato in camera e poi, come ogni sera, saremmo usciti mascherati. Ma separatamente.
Io sarei andata al Florian, il mio luogo del cuore. Lui mi avrebbe raggiunta più tardi e avrebbe cercato di conquistarmi come se fossimo due perfetti sconosciuti.
Non volle aggiungere altro.
«Sorpresa.»
Lo disse con uno sguardo così malizioso da lasciarmi inquieta e curiosa per il resto della giornata.
Il Martedì Grasso arrivò finalmente.
Indossai la lunga gonna blu notte, il corsetto stretto fino quasi a togliermi il respiro, la maschera argentata e il mantello nero che completava l'insieme. Dopo un casto bacio davanti all'albergo, ci separammo.
Io mi diressi verso Piazza San Marco. Il Florian era affollato come sempre. Nonostante tutto, trovai posto a un tavolo condiviso e ordinai il mio immancabile caffè corretto al Bailey's. Conversavo con altri avventori, osservavo la folla e aspettavo.
Un'ora passò senza che lui si facesse vedere. Cominciai a temere che non mi avesse trovata. Così decisi di cercarlo.
Appena uscita lo scorsi. Era nascosto dietro alcune colonne e mi stava osservando. Era rimasto lì per tutto il tempo. La consapevolezza di essere stata guardata mi attraversò come una scarica.
Invece di raggiungerlo, gli passai davanti fingendo di non averlo visto. Poi mi incamminai.
Sapevo che mi stava seguendo. Attraversai Piazza San Marco e imboccai una serie di calli sempre più silenziose. La folla si diradava a ogni passo. Non riuscivo a vederlo, eppure avvertivo la sua presenza dietro di me. Quel gioco di inseguimenti e silenzi mi faceva accelerare il battito del cuore. Continuai a camminare senza una meta precisa finché arrivai nei pressi dell'Arsenale. Fu lì che lo sentii.
All'improvviso. Dietro di me. Due braccia mi avvolsero la vita e una mano si posò sulle mie labbra. Non c'era violenza in quel gesto, solo una ferma determinazione.
«Shhh...»
Null'altro. Mi scostò i capelli dal collo e vi posò le labbra. Il contatto fu lieve, quasi impercettibile, eppure bastò a farmi tremare. Rimasi immobile, sospesa tra attesa e desiderio. Il tempo sembrò dissolversi. Esistevano soltanto il buio, il profumo dell'acqua salmastra e quella presenza che mi circondava. L'umidità delle sue labbra mi incendiava la pelle. I miei capezzoli si erano induriti, tesi come corde. Non riuscii a trattenere il desiderio di sfiorare con la lingua la mano che mi copriva la bocca. Ero eccitatissima. Lui fece scivolare un dito tra le mie labbra e lo accolsi come se fosse una parte di lui. Il braccio che mi stringeva alla vita aveva già sollevato la gonna, mentre l'altra mano esplorava il mio corpo. Le dita, ancora umide della mia saliva, si soffermavano sui miei capezzoli: prima uno, poi l'altro. Li accarezzava, li stuzzicava, li pizzicava, mescolando piacere e dolore nello stesso gesto. Per tutto il tempo la sua bocca non lasciò il mio collo. Lo baciava, lo sfiorava con la lingua, lo mordeva appena. Sentivo il suo corpo premere contro il mio e il desiderio crescere a ogni istante. All'improvviso mi afferrò per i fianchi e mi attirò a sé con tale impeto che dovetti aggrapparmi alla ringhiera. Per un attimo ebbi persino paura di perdere l'equilibrio e finire nel canale. Forse percepì il mio timore, perché si avvicinò al mio orecchio e sussurrò ancora una volta:
«Shhh...»
Continuava a stringermi a sé. Le sue mani vagavano dalle cosce al seno, per poi tornare indietro senza tregua. Ogni movimento sembrava alimentare il desiderio che ci avvolgeva. Sentivo il suo respiro sulla nuca, caldo e irregolare, mentre i miei gemiti diventavano sempre più difficili da trattenere. Mi sembrava di percepire ogni battito del suo corpo, ogni tensione, ogni fremito. Le sue mani tornarono a stringermi al petto e, in quell'istante, ebbi la netta sensazione che stessimo precipitando insieme verso lo stesso inevitabile punto di rottura.
Poi tutto si confuse in un'unica ondata di sensazioni, e il mondo intorno a noi sembrò dissolversi nel silenzio della notte veneziana. Quando tutto finì, restammo per qualche istante in silenzio. I nostri respiri si placarono lentamente. Prima di allontanarsi mi sfiorò la spalla con un bacio. Io rimasi appoggiata alla ringhiera, cercando di ritrovare l'equilibrio.
«Amore...» sussurrai. «Abbiamo sempre fantasticato di vivere qualcosa del genere in una di queste stradine, ma non avrei mai immaginato che sarebbe diventato realtà.»
Mi voltai. Non c'era più.
La sua improvvisa scomparsa mi lasciò interdetta e, devo ammetterlo, anche un po' irritata. Ero convinta che mi avrebbe aspettata in albergo. Invece ero sola.
Sbagliai strada e finii per allungare enormemente il percorso di ritorno. Quando raggiunsi la camera erano trascorsi più di venti minuti. Aprii la porta. Lui era seduto in poltrona, in pigiama, con una borsa del ghiaccio appoggiata alla testa.
Adoro il nostro Carnevale, quello di Venezia. Mi affascina il modo in cui lo viviamo: il gioco sottile di diventare estranei per una notte, due sconosciuti che si incontrano, si osservano, si piacciono, si seducono e, infine, si conquistano.
Quell'anno fu speciale. Meraviglioso. Unico.
Eravamo arrivati il sabato e, grazie a un'organizzazione impeccabile, eravamo riusciti a prenotare una camera a Palazzo Contarini. Già quello sembrava un sogno che prendeva forma.
Le giornate scorrevano tra mostre, esposizioni e passeggiate senza meta. La sera, invece, indossavamo i nostri costumi veneziani e uscivamo a perderci nella città. Cenavamo in qualche ristorante nascosto, poi ci lasciavamo guidare dal labirinto di calli e ponti. Su ogni ponte ci fermavamo a baciarci, come se fosse un rito segreto, finché la stanchezza e il desiderio non ci riportavano in camera.
Era tutto perfetto. Forse persino troppo.
Per questo, quando mi propose di trascorrere l'ultima notte in modo diverso, accettai senza esitazione. Mi sembrò il finale ideale per il più bel Carnevale della nostra vita.
Avremmo cenato in camera e poi, come ogni sera, saremmo usciti mascherati. Ma separatamente.
Io sarei andata al Florian, il mio luogo del cuore. Lui mi avrebbe raggiunta più tardi e avrebbe cercato di conquistarmi come se fossimo due perfetti sconosciuti.
Non volle aggiungere altro.
«Sorpresa.»
Lo disse con uno sguardo così malizioso da lasciarmi inquieta e curiosa per il resto della giornata.
Il Martedì Grasso arrivò finalmente.
Indossai la lunga gonna blu notte, il corsetto stretto fino quasi a togliermi il respiro, la maschera argentata e il mantello nero che completava l'insieme. Dopo un casto bacio davanti all'albergo, ci separammo.
Io mi diressi verso Piazza San Marco. Il Florian era affollato come sempre. Nonostante tutto, trovai posto a un tavolo condiviso e ordinai il mio immancabile caffè corretto al Bailey's. Conversavo con altri avventori, osservavo la folla e aspettavo.
Un'ora passò senza che lui si facesse vedere. Cominciai a temere che non mi avesse trovata. Così decisi di cercarlo.
Appena uscita lo scorsi. Era nascosto dietro alcune colonne e mi stava osservando. Era rimasto lì per tutto il tempo. La consapevolezza di essere stata guardata mi attraversò come una scarica.
Invece di raggiungerlo, gli passai davanti fingendo di non averlo visto. Poi mi incamminai.
Sapevo che mi stava seguendo. Attraversai Piazza San Marco e imboccai una serie di calli sempre più silenziose. La folla si diradava a ogni passo. Non riuscivo a vederlo, eppure avvertivo la sua presenza dietro di me. Quel gioco di inseguimenti e silenzi mi faceva accelerare il battito del cuore. Continuai a camminare senza una meta precisa finché arrivai nei pressi dell'Arsenale. Fu lì che lo sentii.
All'improvviso. Dietro di me. Due braccia mi avvolsero la vita e una mano si posò sulle mie labbra. Non c'era violenza in quel gesto, solo una ferma determinazione.
«Shhh...»
Null'altro. Mi scostò i capelli dal collo e vi posò le labbra. Il contatto fu lieve, quasi impercettibile, eppure bastò a farmi tremare. Rimasi immobile, sospesa tra attesa e desiderio. Il tempo sembrò dissolversi. Esistevano soltanto il buio, il profumo dell'acqua salmastra e quella presenza che mi circondava. L'umidità delle sue labbra mi incendiava la pelle. I miei capezzoli si erano induriti, tesi come corde. Non riuscii a trattenere il desiderio di sfiorare con la lingua la mano che mi copriva la bocca. Ero eccitatissima. Lui fece scivolare un dito tra le mie labbra e lo accolsi come se fosse una parte di lui. Il braccio che mi stringeva alla vita aveva già sollevato la gonna, mentre l'altra mano esplorava il mio corpo. Le dita, ancora umide della mia saliva, si soffermavano sui miei capezzoli: prima uno, poi l'altro. Li accarezzava, li stuzzicava, li pizzicava, mescolando piacere e dolore nello stesso gesto. Per tutto il tempo la sua bocca non lasciò il mio collo. Lo baciava, lo sfiorava con la lingua, lo mordeva appena. Sentivo il suo corpo premere contro il mio e il desiderio crescere a ogni istante. All'improvviso mi afferrò per i fianchi e mi attirò a sé con tale impeto che dovetti aggrapparmi alla ringhiera. Per un attimo ebbi persino paura di perdere l'equilibrio e finire nel canale. Forse percepì il mio timore, perché si avvicinò al mio orecchio e sussurrò ancora una volta:
«Shhh...»
Continuava a stringermi a sé. Le sue mani vagavano dalle cosce al seno, per poi tornare indietro senza tregua. Ogni movimento sembrava alimentare il desiderio che ci avvolgeva. Sentivo il suo respiro sulla nuca, caldo e irregolare, mentre i miei gemiti diventavano sempre più difficili da trattenere. Mi sembrava di percepire ogni battito del suo corpo, ogni tensione, ogni fremito. Le sue mani tornarono a stringermi al petto e, in quell'istante, ebbi la netta sensazione che stessimo precipitando insieme verso lo stesso inevitabile punto di rottura.
Poi tutto si confuse in un'unica ondata di sensazioni, e il mondo intorno a noi sembrò dissolversi nel silenzio della notte veneziana. Quando tutto finì, restammo per qualche istante in silenzio. I nostri respiri si placarono lentamente. Prima di allontanarsi mi sfiorò la spalla con un bacio. Io rimasi appoggiata alla ringhiera, cercando di ritrovare l'equilibrio.
«Amore...» sussurrai. «Abbiamo sempre fantasticato di vivere qualcosa del genere in una di queste stradine, ma non avrei mai immaginato che sarebbe diventato realtà.»
Mi voltai. Non c'era più.
La sua improvvisa scomparsa mi lasciò interdetta e, devo ammetterlo, anche un po' irritata. Ero convinta che mi avrebbe aspettata in albergo. Invece ero sola.
Sbagliai strada e finii per allungare enormemente il percorso di ritorno. Quando raggiunsi la camera erano trascorsi più di venti minuti. Aprii la porta. Lui era seduto in poltrona, in pigiama, con una borsa del ghiaccio appoggiata alla testa.
«Che cosa ti è successo?»
Alzò lo sguardo.
«Finalmente sei arrivata! Non puoi immaginare che serata. Dopo che ci siamo salutati davanti all'albergo ho percorso appena cento metri e sono stato aggredito. Due uomini. Non ho nemmeno visto i loro volti. Mi hanno colpito e portato via tutto: portafoglio, orologio, cellulare... perfino la maschera.»
Lo ascoltavo senza riuscire a dire una parola.
«Sono rimasto per ore in caserma. E tu? Dove sei stata per tutto questo tempo?»
Lo fissai per qualche secondo. Poi sorrisi.
«Da nessuna parte. Ti ho aspettato. Ho guardato la gente festeggiare. Niente di più.»
«Finalmente sei arrivata! Non puoi immaginare che serata. Dopo che ci siamo salutati davanti all'albergo ho percorso appena cento metri e sono stato aggredito. Due uomini. Non ho nemmeno visto i loro volti. Mi hanno colpito e portato via tutto: portafoglio, orologio, cellulare... perfino la maschera.»
Lo ascoltavo senza riuscire a dire una parola.
«Sono rimasto per ore in caserma. E tu? Dove sei stata per tutto questo tempo?»
Lo fissai per qualche secondo. Poi sorrisi.
«Da nessuna parte. Ti ho aspettato. Ho guardato la gente festeggiare. Niente di più.»
Mi avviai verso il bagno.
Davanti allo specchio iniziai a spogliarmi lentamente.
Quando rimasi sola con il mio riflesso, mi tolsi la maschera.
Quella del Carnevale, naturalmente.
Quella del Carnevale, naturalmente.
Continua...





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